Virzì ha rappresentato uno dei registi italiani più interessanti dell’ultimo decennio, grazie alla capacità di presentare commedie che riuscivano a descrivere con ironia e la giusta dose di sarcasmo vizi e virtù dell’Italia di fine secolo. Film come “Ferie d’Agosto” e “Ovosodo” sono in grado di far divertire e pensare il grande pubblico che si vede messo di fronte ai propri pregi e le proprie meschinità.
L’ultimo lavoro del regista toscano sembra la brutta copia dei suoi film precedenti. Il tema scelto, gli attori e la storia sono fatti apposti per sbancare il botteghino. Ma la denuncia sociale così forte in passato viene annacquata in un racconto disomogeneo e confusionario che intreccia diversi stili e finisce per perdere il filo.
Il tono molto felliniano di alcune scene più che un omaggio al regista romagnolo ne risulta un scialbo scimmiottamento: la scena del ballo con la mamma morta risulta ridondante e fuori dal contesto. Così come inutile è la voce fuori campo di Laura Morante, solo un altro nome da aggiungere in locandina.
Il film dunque, pur ammantandosi del regale scettro della denuncia sociale a tutto campo (dal precariato quale male dei nostri giorni, all’incapacità del sindacato di farvi fronte, all’ignoranza dilagante frutto di una televisione da terzo mondo) lascia in bocca l’amaro di una furbata da botteghino. Peccato. Per gli attori e per le qualità di Virzì come regista sembra davvero un’occasione persa.
Voto: 5