Glory to the filmmaker!

Mercoledì 23 Luglio. 2008

L’ultimo film di Takeshi Kitano è un vero e proprio check-up che il regista giapponese fa a se stesso e al suo cinema. La prima parte diverte e fa divertire il pubblico giocando a destrutturare il linguaggio cinematografico, usando i generi più vari, forzando volutamente alcuni non-sense a livello di sceneggiatura e riproponendosi in infinite vesti nel tentativo di fare qualcosa di veramente nuovo. La protagonista è l’autoironia di Kitano, capace di ridere di sé, dei suoi fans e di tutto il mondo che gira intorno al cinema.

Kitano realizza un’opera difficile da descrivere talmente (e apparentemente) strampalata, dove decide di diventare pupazzo in tutte le situazioni che non gli piacciono, dove ironizza sui film di spade come su quelli romantici, sui gangster movies e sugli scazzottamenti irrealistici. Sottolinea con forza, attraverso gli stessi personaggi, le incongruità narrative del copione, fa un film nel film. Con Kitano tutto è cinema, anche i tagli, anche le scene dove si sbaglia la battuta, elementi sconclusionati accostati per puro piacere stilistico o gusto nel sorprendere. Perde un po’ di incisività e di ritmo nel finale, ma a questo Kitano si può solo rendere lode.

Voto: 7


Serbis

Mercoledì 23 Luglio. 2008

Brillante Mendoza è il regista filippino più conosciuto al mondo. Con “Serbis” ha portato sullo schermo una cruda rappresentazione della realtà del suo paese. E’ la storia di una famiglia che gestisce una sala cinematografica dove proiettano film per soli adulti e nella quale si svolge tutto il racconto. Il business del sesso a pagamento viene svelato in tutta la sua crudezza, senza risparmiare niente allo spettatore che viene immerso nella desolazione dei rapporti omosessuali e nella compravendita di una fellatio da consumare all’interno della sala.

In questo contesto vengono accennate le storie personali dei membri della famiglia, la vecchia mamma che tradita dal marito perde la causa di divorzio davanti al giudice, la figlia che si riscopre bella per le attenzioni di uno degli avventori della sala, sotto gli occhi annoiati del marito, il fratello più giovane che ha appena messo incinta la ragazzina con cui si vede. L’unico barlume di “serenità” è dato dal nipote piccolo che gioca e si diverte tra gli amplessi degli adulti in un contrasto che volutamente mette a disagio lo spettatore e che rappresenta anche l’unico raggio di speranza in una realtà desolante.

Ciò che è veramente sconfortante è l’aura di normalità, di quotidianità che avvolge il tutto, amplificata dal costante, incessante rumore del traffico che accompagna ogni dialogo, ogni scena. La normalità che si evidenzia nella totale mancanza di un qualsivoglia rilievo etico e morale di fronte alla realtà rappresentata (solo un accenno della figlia che, infermiera professionale, si ritrova ad essere la tenutaria di un bordello). Normalità ribadita dal dialogo finale tra due personaggi, nel quale il business del sesso è considerata una delle possibili opzioni che un giovane ragazzo di Manila può scegliere sul mercato del lavoro.

Mendoza non ci vuole regalare la facile speranza di un futuro migliore. Si limita a fotografare la realtà e a riproporla esattamente come è. E la scossa emotiva che si prova dopo aver visto il film è l’indice che il regista ha raggiunto il suo scopo.

Voto: 7