Glory to the filmmaker!

L’ultimo film di Takeshi Kitano è un vero e proprio check-up che il regista giapponese fa a se stesso e al suo cinema. La prima parte diverte e fa divertire il pubblico giocando a destrutturare il linguaggio cinematografico, usando i generi più vari, forzando volutamente alcuni non-sense a livello di sceneggiatura e riproponendosi in infinite vesti nel tentativo di fare qualcosa di veramente nuovo. La protagonista è l’autoironia di Kitano, capace di ridere di sé, dei suoi fans e di tutto il mondo che gira intorno al cinema.

Kitano realizza un’opera difficile da descrivere talmente (e apparentemente) strampalata, dove decide di diventare pupazzo in tutte le situazioni che non gli piacciono, dove ironizza sui film di spade come su quelli romantici, sui gangster movies e sugli scazzottamenti irrealistici. Sottolinea con forza, attraverso gli stessi personaggi, le incongruità narrative del copione, fa un film nel film. Con Kitano tutto è cinema, anche i tagli, anche le scene dove si sbaglia la battuta, elementi sconclusionati accostati per puro piacere stilistico o gusto nel sorprendere. Perde un po’ di incisività e di ritmo nel finale, ma a questo Kitano si può solo rendere lode.

Voto: 7

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