Notizie che non lo erano

Mercoledì 14 Gennaio. 2009

Prendo a prestito il titolo della rubrica di Sofri figlio sulla Gazzetta per riprendere una storia che qualche mese fa era salita agli onori delle cronache provocando sdegno e moti di protesta. Si tratta della vicenda di Luca Zanotti il 25enne riminese che nel 2005 è stato arrestato mentre erain vacanza in Grecia per possesso di hashish (si trattava di pochi grammi).

Lui poi era tornato in Italia ma il procedimento giudiziario ha seguito il suo iter finchè il governo greco ha presentato richiesta di estradizione all’Italia per poterlo processare. I capi di imputazione erano decisamente pesanti: traffico internazionale, spaccio e uso di sostanze stupefacenti. Reati che la legge ellenica punisce con una pena fino a 10 anni di carcere. La Corte di Cassazione dopo aver analizzato la richiesta, dà via libera all’estradizione.

Lì comincia l’interessamento mediatico con giornali e telegiornali che si occupano della vicenda, politici che invitano alla mobilitazione e blog in rete a sostegno del ragazzo. La storia era diventata quella del giovane che il governo italiano consegna nelle mani degli aguzzini greci per sbatterlo in prigione per un decennio. In realtà le cose non stavano proprio così.

La rilevanza giornalistica della storia si è presto smontata, come avviene sempre del resto (dove è Gaza ora negli headlines dei telegiornali?). Per puro caso ho trovato su un giornale tempo fa un trafiletto che aggiornava sulla vicenda. Si scopre così che nel bailamme delle notizie sul fatto ci si era dimenticati di annotare che il ragazzo doveva essere sottoposto ad un regolare processo e che la Grecia è un paese democratico con delle leggi democratiche dove tra le altre vige anche la regola del buonsenso.

Ed infatti si scopre così che il reato è stato subito derubricato e Zanotti è stato condannato ad una pena di tre mesi con la condizionale per detenzione di sostanze stupefacenti. Di più, come rivela lo stesso Zanotti, il presidente del Tribunale si è dimostrato molto comprensivo. “Mi ha trattato come se fosse una mamma. Mi ha chiesto di parlare della mia famiglia, degli studi all’università e di raccontargli che cosa avevo fatto. Io le ho detto che non fumo più e che non l’ho mai fatto abitualmente in passato, ma solo qualche volta è capitato di dare un tiro alle feste con gli amici”. Il magistrato ha capito. “Sei un bravo ragazzo- gli ha detto la signora Dritsakou prima di rimetterlo in libertà – perché di tanto in tanto fai quelle cose?” Come a dire, tanto rumore per (quasi) nulla.


Battisti e come ci vedono gli altri

Mercoledì 14 Gennaio. 2009

Nella notte è arrivata la notizia che il Brasile ha concesso lo status di rifugiato politico all’ex terrorista leader dei Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti che in Italia è stato condannato all’ergastolo per aver commesso 4 omicidi. Battisti è un terrorista che non ha mai rinnegato la sua storia ma anzi ha passato gli ultimi 30 anni della sua vita facendo di tutto per sfuggire alla legge italiana. Dapprima in Francia dove ha potuto vivere da uomo libero e assicurarsi una certa notorietà negli ambienti intellettuali parigini, poi in Sudamerica dove è fuggito nel 2007 quando era ormai chiaro che la Francia avrebbe concesso l’estradizione al nostro paese.

Al di là del clamore che suscita la vicenda di un’omicida che continua a fare la “bella vita” impunemente su un piano personale e dell’ulteriore dolore che essa può provocare ai familiari delle vittime di cui Battisti è stato riconosciuto l’omicida, mi colpisce quello che questa storia svela sul piano dei rapporti internazionali del nostro paese. Il Brasile nel considerarlo “rifugiato” ha evidenziato il pericolo di vita che Battisti correrebbe se tornasse in Italia, constatando come la sua condanna non fosse supportata da un sufficiente quadro probatorio.

Secondo me la questione è sorprendente. Il governo francese prima e quello brasiliano oggi con le loro decisioni dimostrano di dare una valutazione esclusivamente politica della posizione di Battisti. Considerano un pluriomicida alla stessa stregua di un dissidente politico perseguitato da un governo repressivo. Pongono l’Italia e le sue istituzioni sullo stesso piano di paesi dove il deficit democratico è evidente, come l’Iran o lo Zimbabwe. Non ritengono il potere giudiziario italiano degno di essere considerato affidabile. Penso che la diplomazia italiana debba mettersi seriamente all’opera per capire come modificare questo stato di cose francamente inaccettabile.