Nella notte è arrivata la notizia che il Brasile ha concesso lo status di rifugiato politico all’ex terrorista leader dei Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti che in Italia è stato condannato all’ergastolo per aver commesso 4 omicidi. Battisti è un terrorista che non ha mai rinnegato la sua storia ma anzi ha passato gli ultimi 30 anni della sua vita facendo di tutto per sfuggire alla legge italiana. Dapprima in Francia dove ha potuto vivere da uomo libero e assicurarsi una certa notorietà negli ambienti intellettuali parigini, poi in Sudamerica dove è fuggito nel 2007 quando era ormai chiaro che la Francia avrebbe concesso l’estradizione al nostro paese.
Al di là del clamore che suscita la vicenda di un’omicida che continua a fare la “bella vita” impunemente su un piano personale e dell’ulteriore dolore che essa può provocare ai familiari delle vittime di cui Battisti è stato riconosciuto l’omicida, mi colpisce quello che questa storia svela sul piano dei rapporti internazionali del nostro paese. Il Brasile nel considerarlo “rifugiato” ha evidenziato il pericolo di vita che Battisti correrebbe se tornasse in Italia, constatando come la sua condanna non fosse supportata da un sufficiente quadro probatorio.
Secondo me la questione è sorprendente. Il governo francese prima e quello brasiliano oggi con le loro decisioni dimostrano di dare una valutazione esclusivamente politica della posizione di Battisti. Considerano un pluriomicida alla stessa stregua di un dissidente politico perseguitato da un governo repressivo. Pongono l’Italia e le sue istituzioni sullo stesso piano di paesi dove il deficit democratico è evidente, come l’Iran o lo Zimbabwe. Non ritengono il potere giudiziario italiano degno di essere considerato affidabile. Penso che la diplomazia italiana debba mettersi seriamente all’opera per capire come modificare questo stato di cose francamente inaccettabile.