Capitalism – A love story

Siamo riusciti per un pelo a vedere il nuovo film di Michael Moore che dopo neanche due settimane dall’uscita viene proiettato su sale che si contano sulle dita di una mano. E stavolta non c’è nessun ostracismo o censura, ma è il film stesso ad essere piuttosto debole e così il passaparola non funziona bene come in altre occasioni. Certo l’argomento non è così coinvolgente come la storia di Bush o la tragedia di Columbine, ma risulta comunque evidente che stavolta il regista di Roger & Me è meno pungente di altre volte.

L’argomento è la grave crisi finanziaria che Moore racconta partendo dalle conseguenze (storie di persone sul lastrico, di case svendute, di vite rovinate) per risalire fino alle cause, fino ai veri colpevoli. E’ però nel modo di raccontare che sembra di sfogliare un libro già letto, con i brutti cattivi delle banche che si arricchiscono, la povera gente con le lacrime agli occhi e i classici buoni esempi che vengono dall’Europa. Per carità sto banalizzando, ma forse ad essere un po’ stantìo è lo stile di Moore nel realizzare questi documentari.

Come dicevano i nostri nonni, anche le cose belle alla lunga stancano. E per chi come Moore ha bisogno del colpo ad effetto, dello scoop per spingere le proprie argomentazioni, da questa inesorabile regola viene penalizzato oltre misura.

Voto: 6

3 Risposte a “Capitalism – A love story”

  1. ildemolitore Dice:

    Non mi sembra che si debba essere PUNGENTI per rappresentare una situazione che per quanto banale evidentemente tu non hai vissuto. Dal punto di vista critico il film è ben documentato e lascia da parte pareri personali a differenza della storia di bush da te definita COINVOLGENTE dove è evidente una “antipatia personale” di Moore. In ultimo è facile demolire in maniera anonima piuttosto che creare qualcosa per poi poter costruire un critica ben argomentata. haoi mai sentito parlare del “prestigio del demolitore anonimo”?

    • lacatasta Dice:

      Lo stile di Michael Moore non è semplicemente quello di rappresentare una situazione, ma partendo da essa realizzare una critica spietata allo status quo americano. Lo fa con la libera circolazione delle armi, lo fa con il sistema sanitario, lo fa addirittura con il presidente in carica (ndr: ti immagini cosa succederebbe in Italia?). Prova a farlo questa volta con il sistema finanziario americano e con la risposta dello Stato federale alla crisi economica. Moore, insomma, fa sempre capire bene da che parte sta e le sue storie pur mantenedo un tratto dcumentaristico non si limitano a raccontare obiettivamente dei fatti, ma partono da essi per sostenere una tesi ben precisa.

      Che poi Farenheit 9/11 sia stato maggiormente “incisivo” di quest’ultimo, bè mi sembra evidente: in quel periodo non si parlava d’altro e d’altronde la scelta stessa di farlo uscire in piena corsa per la Casa Bianca lo rendeva non un semplice documentario, ma un vero e proprio fatto di attualità.

      Del prestigio del demolitore anonimo sinceramente non ho mai sentito parlare: capisco cosa intendi, ma non mi sento tirato in causa. Del resto non demolisco proprio niente. Forse non creo neanche: mi limito semplicemente ad esporre la mia opinione. Grazie del tuo parere.

  2. jezebel Dice:

    LOL man!!!!!!!!!!!!

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