Nel marasma mediatico dei giorni scorsi sul caso Marrazzo, lasciando perdere i rilievi politici e le conclusioni che si possono tirare sul livello della classe politica odierna, ciò che più di ogni altra cosa mi ha impressionato è l’enorme carica di ipocrisia che permea – chi più chi meno – le nostre vite.
Basta infatti avere una macchina e girare per le strade di Roma di notte – e non solo di notte – per avere ben chiaro che il mercato della prostituzione è quanto mai florido aldilà di qualsiasi provvedimento populista preso dalle amministrazioni locali.
E’ quindi estremamente probabile che una buona parte di coloro che commentano con sgomento, incredulità, finanche con sdegno quanto capitato a Marrazzo, abbia ben presente ciò di cui si sta parlando per esperienza diretta. Parliamoci chiaro: con le prostitute e con i trans ci vanno migliaia di uomini adulti, molto spesso con moglie e figli che li aspettano a casa. Solo che si vergognano di questo loro “peccatuccio” e dunque nella loro vita “normale”, quella alla luce del sole, generalmente sono tra i primi che deplorano la prostituzione, invocano pene severe per lucciole e clienti, addirittura danno il voto a chi promette di togliere le prostitute dalle strade della loro città.
Lo stesso Presidente del Consiglio è stato tra i paladini dell’indignazione generale di fronte al fenomeno della prostituzione, salvo poi ammiccare compiacente ammettendo di non essere un santo di fronte alle prove dei suoi incontri con varie escort (le puttane da 1000 euro si chiamano così).
Chi rifiuta questa ipocrisia, generalmente, è chi ha poco o nulla da perdere, perchè occupa gli ultimi gradini della scala sociale (ricordo di interviste a operai e manovali che ammettono di essere clienti, mentre non me ne sovviene nessuna del medesimo stampo a imprenditori o politici).
Per il resto, siamo tutti su una stessa barca. In quest’epoca che vogliamo la più liberale e libertina di sempre, dobbiamo ancora accollarci questo pesante carico di ipocrisia, ancora più detestabile perchè figlio di una cultura del “si fa ma non si dice” che è una delle cause principali dello sfascio della società odierna nonchè del progressivo disinteresse della gente per la cosa pubblica.
Lo stesso disinteresse che spalanca le porte al populismo berlusconiano che letteralmente se ne fotte delle istituzioni e del rispetto dei ruoli facendosi forte di un consenso popolare (dato per sciatteria, disillusione o sciagurato cinismo) che si considera - in malafede - come giustificatore di qualunque malefatta. Ma questo è un altro discorso. O forse no?