Martedì 8 Settembre. 2009
Una delle regole che nella mia esperienza di lettore sta diventando una vera e propria formula matematica è quella per cui il grado di soddisfazione che ricavo dalla lettura di un libro è direttamente proporzionale al numero di pagine che mi sono necessarie per cominciare a farmelo piacere. E’ successo così per Q di Luther Blisset, per David Copperfield e così è stato anche per Ian McEwan.
Un best seller acclamato come uno dei migliori romanzi degli ultimi tempi, che però per le prime cento pagine ho fatto fatica ad assimilare. Evidentemente è lo scotto da pagare per entrare poi in una storia appassionante e in una scrittura splendida con immagini, parole, sintassi di cui non ci si può non innamorare. Più che quello che racconta, infatti, McEwan stupisce per il modo in cui lo racconta. La stessa storia vista da punti di vista diversi, medesimi fatti che danno vita a sensazioni ed emozioni tanto diverse.
Il protagonista del libro è l’animo umano, le bassezze che può raggiungere ma anche la capacità di redimersi e riprendersi quella dignità che gli è propria. Lo fa raccontando la storia della piccola Briony Tallis, del suo “delitto”, della sua espiazione durata una vita. I vari personaggi che affollano la scena non sono messi lì per caso, a tutti McEwan regala un carattere, una personalità ben delineata, descrivendoli nella loro essenza più profonda, con tratti lievi che però non restano superficiali ma ci svelano il loro vero io.
E arrivato alla fine della lettura, compiacendomi della cocciutaggine che mi ha fatto andare avanti nella lettura, nonostante le difficoltà, mi rendo conto di avere tra le mani uno dei migliori romanzi che mi sia capitato di leggere.
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Pubblicato da lacatasta
Lunedì 10 Agosto. 2009
Dopo averne letto sui blog più seguiti della blogosfera, dopo averne trovato anticipazioni negli stand di varie manifestazioni libresche dello scorso inverno, attirato da una recensione di cui ora non mi ricordo più chi e dove, ho messo da parte il più classico degli Ian McEwen per leggermi durante le vacanze, il libro di Christian Frascella, candidato a vari premi letterari come miglior opera prima e in procinto di diventare un film (i diritti sono stati acquistati da Enrico Brizzi).
La Foca (come l’autore chiama il libro) è divertente, leggero ma allo stesso tempo coinvolgente. Racconta la storia del protagonista, un adolescente strafottente in continua cerca di guai nell’Italia dei primi anni Novanta, del suo nuovo lavoro come operaio, dell’innamoramento per la cassiera del supermercato e della sua famiglia fatta del padre (il Capo) e della sorella, la foca monaca del titolo.
A tratti esilarante, la storia di Frascella mi sorprende ad emozionarmi come ultimamente mi è capitato di rado per un libro. Davvero un bell’esordio per uno scrittore più che promettente.
“Tra le varie specie di artisti, è risaputo, lo scrittore di narrativa è il più vessato dal pubblico. Pittori e musicisti sono in qualche modo tutelati, dal momento che non si occupano di quel che tutti sanno, mentre il romanziere scrive della vita, sicché basta che uno viva per considerarsi un’autorità in materia“. Flannery O’Connor (cit. dall’autore, Ibs)
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Lunedì 22 Giugno. 2009
Il miglior libro sulla montagna che sia mai stato scritto o un insieme di verità approssimative e imprecisioni ben confezionate? Sin dalla sua uscita il libro di Jon Krakauer sulla tragica spedizione sull’Everest della primavera 1996 ha suscitato pareri contrastanti. Polemiche che sono continuate a lungo sulla descrizione che l’autore fa dei vari personaggi e di quanto è successo in quei giorni sull’Everest e che sono state rinfocolate da altre pubblicazioni che rappresentano punti di vista radicalmente diversi (Bukreev, Everest 1996).
Nel racconto che il giornalista americano fa della spedizione condotta da Rob Hall, sono descritti con maestria e con una partecipazione emotiva evidente, tutte le fasi dell’avventura, dall’arrivo alle pendici dell’Himalaya, al periodo di acclimatamento in quota, fino alla scalata vera e propria. Il lettore viene trascinato tra le nevi perenni a 8000 metri di quota, soffre il freddo e l’ipossia insieme ai personaggi del racconto, si trascina stancamente verso l’obiettivo di una vita.
Aldilà delle polemiche “Aria Sottile” è un libro che appassiona, si legge tutto d’un fiato. E’ scritto molto bene con un linguaggio asciutto, giornalistico. La potenza narrativa che viene data dalla prima persona, dalla presenza di Krakauer come protagonista e testimone dei fatti, garantisce al libro una tensione emotiva che raramente mi è capitato di trovare in opere dello stesso genere. Da non perdere.
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Giovedì 11 Giugno. 2009
In genere diffido sempre di un libro che nella quarta di copertina viene definito un capolavoro e l’autobiografia di Edward bunker non fa eccezione.
E’ la vera storia di Ed, che nasce e cresce nei quartieri difficili di Los Angeles e sin da bambino ha un rapporto diciamo “difficile” con le autorità. In pratica entra ed esce da riformatori e la sua inclinazione al crimine e alla vita sregolata lo condurrà sempre sulla strada per Folsom o San Quintino.
Più di cinquecento pagine che raccontano essenzialmente la vita di un galeotto, i suoi tentativi di redenzione, le sue frequenti ricadute nel crimine. Si riesce a cogliere in pieno come si viveva nelle prigioni americane degli anni 60 e 70, quali regole dovevano essere rispettate, che rigide gerarchie si creavano tra gli stessi detenuti.
Lo stile di Bunker, asciutto e scorrevole, non serve però ad evitare una ripetitività che sfocia ben presto nella noia totale. Una storia che poteva concludersi in duecento pagine, viene trascinata troppo a lungo. Sono arrivato fino alla fine più “per tigna” che per piacere.
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Venerdì 15 Maggio. 2009
Per chi ha letto i precedenti romanzi di Haruki Murakami, Norwegian Wood (che nella prima edizione italiana di Feltrinelli aveva il titolo di Tokio Blues) deve essere stato un vero shock. Tanto immaginifici e surreali erano i primi, tanto verosimile, poetico e dolce questo. Lo stesso autore nella postfazione per la nuova edizione italiana di Einaudi parla dell’urgenza che lo ha portato ad affrontare un genere del tutto nuovo e che ha sconcertato non poco i suoi fedelissimi.
Il protagonista è Watanabe che racconta in prima persona la sua vita da giovane studente poco più che adolescente. Attraverso il suo rapporto con i vari personaggi che compongono la rete delle sue rare relazioni sociali, l’autore dipinge con una rara intensità emotiva un affresco sconvolgente del vivere umano. Watanabe è un ragazzo solitario, svagato, fondamentalmente egoista che si ritrova a fare i conti con i temi fondamentali della nostra esistenza: la vita, la morte, l’amore.
Attraverso l’instabilità psichica ed emotiva di pressoché tutti i personaggi del romanzo l’autore descrive debolezze e fragilità del nostro stesso esistere. L’incapacità comunicativa di Naoko, la frenetica e inconcludente attività amorosa di Nagasawa, la gioiosa follia di Midori, l’egoistico auto compatimento del protagonista, sono tutti aspetti in cui chi legge può trovare tratti della propria esperienza. Nel fondo si legge quell’universale insoddisfazione verso la vita ma anche la positiva ricerca della felicità, trattata non con buonismo mucciniano ma con il sano realismo zen proprio della cultura orientale.
Le ambientazioni, il ritmo narrativo mai uniforme, che indugia su dialoghi e situazioni per poi accelerare inaspettatamente, la poesia e la levità della scrittura, fanno di questo uno straordinario romanzo che merita di essere letto. La capacità descrittiva di Murakami, come si legge nella quarta di copertina, carica ogni cosa di una potenzialità simbolica ed emozionale tale, che chi legge è catapultato dentro la storia, diventa Watanbe, poi Naoko, poi Midori, creando un’empatia che raramente capita di provare leggendo un libro.
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Mercoledì 6 Maggio. 2009
Del libro di Nicolai Lilin avevo letto qualche settimana fa su “Repubblica” in un’incontro tra lo stesso Lilin e Roberto Saviano. Quindi una volta terminato il libro di Larsson per superare il lutto della fine della Trilogia scandinava mi sono buttato a capofitto su Educazione siberiana.
Lilin nel libro racconta del mondo in cui lui è nato ed ha vissuto fino all’adolescenza, il mondo della comunità criminale siberiana in Transnistria, regione dell’ex Unione Sovietica “crocevia di traffici internazionali e di storie di uomini”. Man mano che scorrono le pagine sotto le dita, si entra sempre di più in questo mondo fatto di leggi ferree, di regole che è indipensabile rispettare, di gerarchie stabilite ed immutabili. Il racconto di Lilin ci permette di capire una società assurda dove risulta plausibile anche l’evidente contraddizione insita nella definizione di “criminale onesto” usata per indicare gli uomini rispettabili.
E’ una società violenta, dove l’omicidio è una cosa naturale, dove la volontà di Dio e la sua giustizia sono nelle mani, anzi nelle armi degli uomini. Dove l’onore è più importante della vita, dove coloro che sono posti a salvaguardia delle regole della civile convivenza – i poliziotti – non sono considerati degni nemmeno della parola.
Il mondo criminale di Lilin è il mondo degli uomini nella loro vera essenza. Un mondo dove la natura animalesca ed istintuale dell’uomo si esprime nella violenza, nel valore sacro della vendetta, in una religione piena di superstizione e di formalismo, ma anche nel sentirsi così profondamente parte di una comunità, al punto da ritenere il benessere della comunità un bene superiore al proprio benessere personale. Quello che manca in questa società arcaica è il senso dell’individuo nell’accezione illuministica, il rispetto per l’altro in quanto essere umano, la visione cattolica della vita quale valore assoluto.
Ma questa mancanza, che nel giovane Nicolai provoca un disagio crescente e ben evidenziato nell’ultima parte del libro, non trova una risposta convincente nella cosiddetta società civile. In questo mondo, “la gente mi sembrava cieca e sorda ai problemi degli altri e persino ai suoi stessi problemi. Non riuscivo a capire i meccanismi che mandavano avanti il mondo normale, dove le persone alla fine rimanevano divise, senza avere niente in comune, senza provare il piacere di condividere le cose“.
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Mercoledì 31 Dicembre. 2008
I libri sono un po’ il punto dolente dell’anno appena trascorso. Nel senso che ne ho letti veramente pochini, soprattutto perchè ho cominciato da giugno. Nella prima parte dell’anno infatti aprire un libro e mettermici sopra con la testa mi sembrava un’impresa titanica, per cui mi homersimpsonizzavo, stravaccandomi sul divano con un pacco di salatini e accendendo la tv.
Alla fine della fiera ho letto 10 libri, essenzialmente romanzi. E come recita il famoso detto, il dolce è arrivato in fondo. Sono infatti d’accordo con Piero Dorfles, il libro dell’anno è quello di Stieg Larsson. Io, però, intendo Uomini che odiano le donne, il primo della Millennium Trilogy che, da buon ultimo, ho scoperto solo ultimamente (e questo è un bene perchè così mi ritrovo il secondo volume già in libreria e il terzo di prossima uscita eheheh..). Da segnalare anche il pluripremiato esordio letterario del giovane Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi e lo stralunato e geniale saggio/romanzo di Rocco Tanica Scritti scelti male.
Americana di Don de Lillo così acclamato l’ho trovato abbastanza inconsistente, mentre Ugo Cornia (Le pratiche del disgusto) che in rete è celebrato come uno dei migliori nuovi scrittori non è decisamente nelle mie corde, al contrario di Sandro Dazieri con il suo divertente E’ stato un attimo.
Ecco comunque la mia classifica completa con i link alle recensioni. I voti sono espressi con le stellette di Anobii da 1 a 4.
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Pubblicato da lacatasta