Martedì 20 Gennaio. 2009
Ci siamo. Da mezzogiorno di oggi (le sei di sera in Italia) gli Stati Uniti avranno un nuovo presidente, Barack Hussein Obama il primo uomo di colore ad entrare alla Casa Bianca. Forse mai nella storia della nazione guida del mondo occidentale un insediamento presidenziale è stato così atteso, accompagnato da aspettative e speranze di cambiamento. Questo non solo per le implicazioni di carattere sociale che comporta l’elezione a presidente di un uomo di colore in una nazione dove la questione razziale è sempre molto viva. Ma anche, e soprattutto, per la fallimentare esperienza del doppio mandato di George W. Bush.
Bush è riuscito nell’impresa di concludere i suoi otto anni con un consenso popolare inferiore persino a quello del tanto odiato Nixon. Merito di una politica estera scriteriata che ha condotto il paese in una guerra senza senso, affrontata senza una lucida “exit strategy” che ha portato più vittime tra i militari americani che l’attentato alle Torri Gemelle (le vittime irachene non le contiamo neanche). Quanti hanno visto in Bush una marionetta nelle mani delle potenti lobby economiche come quella petrolifera (Rumsfeld, Cheney) non sono probabilmente lontani dalla realtà.
In ambito economico W. ha portato il paese in una crisi senza precedenti, con un buco di bilancio enorme dovuto alle enormi spese militari e a una politica del Tesoro che illustri analisti non esitano a definire scriteriata. Insomma 8 anni di Bush e della sua “War on Terror” hanno reso gli Stati Uniti un paese più povero, più diviso al suo interno, più odiato all’estero.
Tutto questo porta ora sulle spalle di Obama grande consenso ma anche grandi aspettative. Forse troppe rispetto a quello che il neo presidente potrà fare. Certo è però che la “Speranza” che porta il suo avvento alla Casa Bianca rappresenta un buon viatico per poter davvero realizzare quel cambiamento che il Presidente Obama ha promesso di realizzare.
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Pubblicato da lacatasta
Mercoledì 5 Novembre. 2008

Good morning America. Quello che sembrava impossibile è divenuto realtà. Il democratico afroamericano liberal Barack Hussein Obama è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America.
E’ stata una vera e propria valanga di voti quella con cui Obama è stato portato alla Casa Bianca. I democratici non solo hanno tenuto saldamente negli stati “blu” per tradizione, ma hanno sfondato anche in zone a forte tradizione repubblicana come ad esempio il New Mexico o l’Indiana. Soprattutto, si sono aggiudicati tutti gli Swing States, gli Stati che tradizionalmente decidono il confronto per la presidenza. Sono andati ad Obama l’Ohio, la Pennsylvania e la Florida. Mentre scrivo sono ben 344 i Grandi Elettori conquistati da Obama, un numero che va ben al di là di ogni più rosea previsione.
E’ davvero un gran giorno, oggi. Perché gli Stati Uniti, l’unica vera superpotenza militare ha scelto di dire basta con il passato. Con otto anni tremendi in cui alla tragedia dell’11 settembre si è saputo opporre solo la forza cieca delle armi, portando guerra e morte in tutto il mondo, con l’unico effetto concreto di aumentare l’odio nel mondo per l’imperialismo americano e di arricchire le lobby delle armi e del petrolio.L’inettitudine di un presidente fantoccio come George W. Bush ha portato la patria del capitalismo e del libero mercato sull’orlo di una nuova depressione. La sciagurata politica estera che ha perseguito con autistica convinzione lo faranno assurgere a peggior presidente che l’America abbia mai avuto.
McCain non poteva fare di meglio. Il macigno che si portava dietro non sono state le sue gaffe, le sue incertezze in una campagna elettorale fatta di messaggi contrastanti e di posizione ondivaghe. McCain è stato schiacciato dall’eredità di Bush, dal 22% dei consensi che il quasi ex presidente si porta via da Washington (record negativo assoluto, neanche Nixon dopo il Watergate).
In tutto questo le parole d’ordine di Obama, il cambiamento, la speranza, hanno fatto breccia proprio nelle fasce più deboli della popolazione. Quelle che, tradizionalmente, a votare non ci vanno. I giovani, gli afroamericani, gli ispanici perfino. Obama è il cambiamento che si può percepire in maniera tangibile. Nel discorso della vittoria di Chicago ho notato che si è rivolto non solo agli americani, ma al mondo intero nel gridare il suo “change, yes we can”. Quasi avvertisse l’urgenza di far capire a tutti che è cambiato tutto, che si volta pagina. Quella che va a dormire questa notte è l’America di Obama. Per questo oggi come non mai tutti possiamo gridare Good morning America.
Qui di seguito la versione integrale del discorso pronunciato a Chicago dal neo presidente eletto.
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Pubblicato da lacatasta
Lunedì 3 Novembre. 2008
Ci siamo, domani sarà il grande giorno. L’America va alle urne e chiuderà finalmente una delle peggiori presidenze che la più grande repubblica del mondo ricordi. Quelli di George W. Bush sono stati due mandati sciagurati che lasciano gli Stati Uniti con un’economia disastrata, con due fronti di guerra che procedono verso una sconfitta e con un odio internazionale verso la sua politica imperialistica che non era mai stato toccato, neppure ai tempi del Vietnam e di Nixon.
Perchè il cambiamento sia veramente tale, però, domani deve vincere il candidato democratico Barack Obama. Per tanti motivi Obama incarna l’idea stessa di cambiamento. E’ nero, e solo due anni fa si pensava fosse impossibile per una persona di colore anche solo concorrere per la Casa Bianca. E’ giovane e progressista (come lo si può essere negli Stati Uniti). Non per niente è riuscito a catalizzare attorno a sè un consenso senza precedenti soprattutto da parte di quei gruppi che generalmente restavano indifferenti alla politica e alle elezioni presidenziali.
Qui sopra riporto la situazione rilevata da Real Clear Politics che fa la media di tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto. Il ticket democratico è ancora in vantaggio, anche se è inevitabile che avvicinandosi il giorno del voto, le distanze si riducano. In particolare sono tornati “incerti” stati come l’Ohio, la Virginia e la Florida che decideranno l’esito del voto.
Oggi per i due candidati giorno di comizi, gli ultimi. Poi domani parola agli elettori. Per seguire tutti i risultati minuto per minuto in tv domani sera ci sono le dirette di Sky TG 24 dalle 22.30 (canale 500 di Sky) e di Canale 5, Rai Uno, Rai Tre e RaiNews 24 dalle 23.30. Per avere un panorama completo sulle trasmissioni della notte elettorale a stelle e strisce c’è questo interessante articolo su Digital Sat. Su internet i siti di informazione (Repubblica, Corriere) seguiranno l’andamento dei risultati minuto per minuto, mentre molti blog (tra gli altri Noisefromamerika, RumoreDeiMieiventi e The Right Nation, Politicaesocietà) avranno aggiornamenti live.
Liveblogging sul Tumblr e sul Live dalle 22.30 in poi con aggiornamenti su exit poll e dati reali, commenti e interviste fino ai risultati definitivi e alla proclamazione del nuovo presidente.
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Mercoledì 29 Ottobre. 2008
Mancano ormai sei giorni al 4 novembre, giorno delle elezioni negli Stati Uniti e la situazione continua a mantenersi stabile rispetto alle settimane precedenti con i sondaggi che indicano un vantaggio abbastanza evidente di Barack Obama nei confronti del rivale John McCain. C’ è anche chi ha deciso di sfidare la sorte, come un quindicinale del New Mexico che è uscito ieri con in prima pagina il titolo a caratteri cubitali “Obama Wins”. Il direttore ha spiegato che era l’unico modo di arrivare prima degli altri, mentre Obama che è molto superstizioso non commenta.
Dall’analisi dei sondaggi degli ultimi giorni, sembra ci sia stato un leggero avvicinamento di McCain. Gallup dà la proiezione più ottimistica di tutte per il candidato repubblicano, attribuendogli un distacco di soli due punti (49 per Obama contro 47 per McCain). Facendo la media dei dati dei diversi istituti abbiamo un distacco medio di 6,7% a favore del candidato democratico.
Come sappiamo, però, quello che conta sono i singoli stati. Nei sei stati che vengono considerati ancora incerti da attribuire – Toss Up – vediamo che in cinque (Florida, Nevada, North Carolina, Missouri e Indiana)risulta in vantaggio Obama, in media di due punti, mentre solo in uno, il Montana, è in vantaggio McCain di 3,4 punti percentuali.
Per un aggiornamento quotidiano su tutti sondaggi realizzati negli States potete andare sul sito Real Clear Politics.
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Giovedì 23 Ottobre. 2008
Mancano poco più di dieci giorni all’Election Day e la situazione – a guardare i sondaggi – sembra delinearsi sempre più a favore di Barack Obama. Rispetto all’ultima rilevazione della settimana scorsa sembra diminuire l’incertezza tra gli elettori e chi decide, decide per Obama. I grandi elettori “incerti” diminuiscono da 94 a 72 e quelli per Obama aumentano di 20 punti netti, mentre McCain resta sostanzialmente invariato da 160 a 158.
Andando nello specifico, l’Ohio sembra pendere leggermente per Obama, mentre il Nord Dakota vede McCain in leggero vantaggio. Comunque la sensazione è quella che si sta alzando un vento sempre più favorevole al candidato democratico.
Del resto l’influenza negativa di Sarah Palin sul ticket repubblicano è ripresa dai diversi sondaggi considerati da Real Clear Politics e lo svantaggio di McCain sembra irrecuperabile. Comunque continueremo a seguire la situazione ancor più attentamente in quest’ultima settimana.
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Venerdì 17 Ottobre. 2008

Mancano ormai meno di venti giorni all’Election Day americano e la febbre dei sondaggi sull’andamento dei due candidati alla carica di Presidente sale ogni giorno di più (anche perchè negli Stati Uniti non c’è alcun limite temporale per la pubblicazione di sondaggi).
La cartina qui sopra è tratta da Real Clear Politics, un sito molto ben fatto che segue praticamente minuto per minuto l’andamento dei diversi sondaggi giornalieri sulle preferenze per Obama e McCain. Da questo si può vedere come il vantaggio di Obama è evidente, anche perchè sono considerati tra gli incerti (Toss-Up) gli Stati che storicamente sono risultati decisivi nella corsa alla Casa Bianca, come l’Ohio o la Florida dove diversi sondaggi sembrerebbero indicare una tendenza favorevole al candidato democratico.
Al momento Obama farebbe propri 286 grandi elettori, superando il quorum di 270 per essere eletto, mentre il ticket repubblicano si fermerebbe a quota 158. Anche attribuendo a McCain tutti gli stati incerti comunque il vecchio senatore non ce la farebbe. Comunque, tutto è in movimento e diverse elezioni americane ci ricordano che le rimonte dell’ultimo minuto sono già successe (come quella di Bush nel 2000 su Gore – tralasciando le contestazioni – e quella ancor più sorprendente di Reagan su Carter nel 1980).
Continueremo a seguire attentamente l’andamento dei sondaggi americani. Per chi vuole saperne di più segnalo l’ottimo sito The Right Nation dove accanto ai più recenti sondaggi aggiornati giornalmente trovate un’attenta analisi della situazione nei 50 stati dell’Unione.
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Lunedì 6 Ottobre. 2008
In una domenica dove il giornalismo televisivo italiano ha dato il peggio di sè, con le varie interviste alla pletora di ministri berlusconiani che hanno invaso i vari salotti domenicali delle reti pubbliche e private, sulle pagine di “Repubblica” di ieri si è potuto leggere un pezzo di quel giornalismo “vero” che nel piattume della politica gossippata e dello sensazionalismo a tutti i costi emerge come una mosca bianca.
Lo ha scritto Jonathan Littel, un giornalista americano di cittadinanza francese che – come dice il titolo del suo lungo reportage – racconta in maniera dettagliata il suo viaggio in Ossezia per verificare la condizione dei luoghi teatro della guerra tra Georgia e Russia scoppiata ad agosto.
Littel fa quello che ogni giornalista dovrebbe fare. Racconta quello che vede. Ci parla della propoaganda russa che non ha nulla da invidiare a quella sovietica di qualche anno fa. Racconta di come, durante le guerre, la popolazione del luogo più che testimone di quello che accade, spesso si riduce a mera cassa di risonanza del potere a cui risponde. Ecco dunque che nessuno dei georgiani mette in dubbio la ferocia dei nazionalisti osseti e l’aggressione dei russi. Mentre i civili osseti giurano che si sono solo difesi dalla volontà genocida dell’esercito russo.
Littel, con un linguaggio chiaro e didascalico e per questo molto efficace, ci fa capire come la ragione (meglio, il torto) stia da entrambe le parti. Che probabilmente i georgiani siano intervenuti per reprimere la guerriglia degli indipendentisti osseti con una durezza che potrebbe far gridare al genocidio. Che probabilmente i russi hanno avuto gioco facile a proporsi a difesa della popolazione osseta per estendere il proprio controllo nel territorio di un paese che negli ultimi tempi ha assunto un atteggiamento troppo ostile al regime di Putin. Che sicuramente la radice di tutto sta in una assurda divisione del territorio che ha voluto mantenere i confini voluti da Stalin per delle regioni che nulla avevano a che spartire (come Georgia e Ossezia o Abkhazia, ma lo stesso discorso può essere fatto per la Cecenia o il Nagorno-Karabak).
Per chi ha ancora voglia di guastare pagine di giornalismo vero, vada a recuperarsi “la Repubblica” di ieri.
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Domenica 24 Agosto. 2008
L’informazione sulla questione georgiana ultimamente mi sembra essere un po’ a senso unico. Ecco uno stralcio dall’articolo di Fabio Mini pubblicato sabato su Repubblica da un punto di vista diverso rispetto a quello che normalmente si ha nei vari reportage e servizi.
(…) Stati Uniti e Nato sono riusciti a convincere l’Occidente che la Russia ha aggredito la Georgia, che la sua azione militare è stata sproporzionata e che la Georgia deve mantenere la sua integrità territoriale nonostante le spinte separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia. Tutti sembrano aver dimenticato i fatti dell’8 agosto, i cannoneggiamenti georgiani di edifici civili, le loro colonne di corazzati addestrati da americani, ucraini e israeliani, le migliaia di vittime e gli attacchi alle forze russe che comunque presidiavano legalmente l’Ossedia del Sud. La Georgia ora passa per aver condotto un’azione legittima su una parte del territorio.
Quando Milosevic fece la stessa cosa in Kosovo fu identificato come criminale di guerra. Molti nella Nato dimenticano che quando la Serbia volle ribadire la propria sovranità fu bombardata per 78 giorni, poi il Kosovo le fu sottratto per 9 anni e infine venne dichiarato indipendente. Nella vicenda georgiana la Russia ha commesso molti errori, speculari alle azioni che l’Occidente va conducendo da anni con l’etichetta della legalità. (…)
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Martedì 19 Agosto. 2008
Mai come in questi giorni comprendo in pieno l’importanza del diritto all’informazione e del lavoro dei giornalisti. Parlo dei fatti della Georgia dove solo grazie ai reportage degli inviati della stampa e della televisione è concesso all’opinione pubblica internazionale capire meglio quello che sta accadendo. Per fare un po’ d’ordine è meglio riepilogare (precisazioni e puntualizzazioni sono le benvenute).
L’esercito georgiano ha sferrato un’offensiva contro gli indipendentisti osseti causando centinaia di vittime tra i civili. In un articolo su “Repubblica” di qualche giorno fa vengono riportate testimonianze di superstiti che raccontano di uccisioni indiscriminate di donne e bambini (si racconta di un missile che ha volutamente colpito un pullman pieno di bimbi). Ora, la grande maggioranza degli abitanti dell’Ossezia del Sud sono russi che chiedono l’indipendenza dalla Georgia per poter tornare con la Russia. Per questo l’esercito russo è intervenuto contro i georgiani a difesa di quelli che considera suoi cittadini.
L’esercito di Mosca ha così oltrepassato il confine, ponendosi “a difesa” della capitale dell’Ossezia Gori. Questo ha scatenato la reazione internazionale, trattandosi a tutti gli effetti di una invasione. Ci troviamo ora in una situazione di stallo in cui agli annunci di ritiro del presidente russo Medvedev non corrisponde un effettivo dietrofront dei tank russi, come testimoniato dai giornalisti presenti sul luogo.
Ad oggi la situazione è questa. Si delinea in modo molto diverso rispetto ai primi giorni dove l’accento era stato messo solo sull’invasione russa, giustamente condannata. In realtà, come spesso accade, torti e ragioni sono da entrambe le parti. E come spesso accade a pagare il dazio più grande in termini di sofferenza è la popolazione civile.
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Lunedì 11 Agosto. 2008
Sarà che la scorsa settimana ero in vacanza, ma non è che ho capito molto della guerra che è scoppiata in questi giorni tra Georgia e Russia e che ha già causato migliaia di morti e decine di migliaia di sfollati. Così sono andato a fare un po’ di ricerche su internet.
In pratica la Georgia nel suo territorio ha diverse grane con movimenti indipendentisti, in particolare con quelli della regione nord orientale dell’Abkhazia e con quelli dell’Ossezia del Sud. Proprio nell’Ossezia del Sud si sono tenuti negli scorsi anni due referendum per l’indipendenza dalla Georgia e la riunificazione con l’Ossezia del Nord, appartenente alla Federazione Russa che hanno sempre ottenuto la maggioranza dei voti favorevoli ma che non sono stati riconosciuti dal governo georgiano.
Lo scorso 8 agosto l’esercito della Georgia ha avviato un’offensiva per riacquisire il controllo della regione contesa, ma la Russia ha contrattaccato invadendo nella sostanza la regione. Al momento la Georgia si è ritirata dal territorio. Ora i russi chiedono il ritiro delle truppe georgiane anche dall’Abkhazia ed intanto continuano l’avanzamento in territorio nemico.
Questi i fatti. Per capire meglio perché si è arrivati a questo punto, come mai la Comunità Internazionale non sia riuscita a risolvere in modo pacifico il nodo delle etnie che convivono in Georgia, delle regioni a stragrande maggioranza russa che reclamano l’indipendenza, quali siano le colpe e le ragioni delle parti in causa, c’è un interessante articolo di Limes, commenti vari ed eventuali, il reportage di Del Re.
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Pubblicato da lacatasta