La scorsa settimana, in un ozioso pomeriggio agostano in ufficio, girovagando su internet tra villecertose, georgeclooney e superenalotti la mia attenzione è stata attirata da un lungo articolo sul Corriere a firma Remo Boedi dal titolo “Cibo, eros e violenza: la dittatura dei desideri”.
Boedi fa un’interessante dissertazione sull’etica della morigeratezza, evidenziando come tale “continenza” abbia attraversato millenni di storia e le più diverse culture affermandosi come modello da seguire, fino ai giorni nostri dove, per così dire, è caduta in desuetudine: “è come se la diga che aveva trattenuto e bloccato l’impeto dei desideri si fosse gradualmente incrinata e poi rotta”.
Le società tradizionali garantivano il mantenimento dell’ordine sociale e il rispetto delle gerarchie attraverso la morigeratezza che insegnava agli uomini ad abbassare il livello delle loro pretese più che ad alzare quello delle loro attese. Vi sono molteplici esempi di come il mondo antico e poi quello cristiano abbiano sempre condannato la violazione dei limiti: la condanna della ybris presente nei poemi omerici, l’elaborata morale espressa nell’etica aristotelica, fino alla temperanza cristiana proclamata negli scritti di San Paolo.
La società contemporanea ha reso “liquidi” per dirla con Baumann, questi stessi limiti etici che per millenni, almeno formalmente, si davano come insuperabili; lo sviluppo economico e industriale, ha reso la spinta ai consumi un carburante insostituibile del processo produttivo, aprendo in questo modo una falla nel meccanismo di inibizione delle aspettative collaudato da millenni.
Oggi il consumo, infatti, è divenuto elemento indispensabile dell’esistenza, ha portato all’esplosione di tutti i desideri “repressi” ed all’ampliamento smisurato della gamma degli stessi. L’individuo viene trattato a livello sociale, innanzitutto come consumatore di cui titillare i desideri e al quale farne crescere di nuovi: far diventare l’inutile indispensabile è una delle sfide del marketing.
In questa situazione, siamo talmente impegnati a soddisfare tali desideri, che spesso non ci accorgiamo della frustrazione che segue a tale soddisfazione. Perché l’inconsistenza degli stessi si palesa in tutta la sua evidenza proprio nell’assecondare queste voglie artificiali. «Date a un uomo tutto quello che desidera e nonostante ciò, proprio in questo istante, egli sentirà che tutto non è tutto».E’ Kant che mette in parole l’amarezza che a tutti, prima o poi, è capitato di provare.
E allora ci si accorge che questa bulimia dei desideri lascia solo un grande vuoto dentro, vuoto che quasi sempre fa paura e si cerca di ignorare provando a riempirlo con altre “soddisfazioni”. Inutilmente. Come scrive Michele Serra su Repubblica di oggi (Lo stordimento come status, p. 35): “questo sfrenato bisogno di possedere tutto, di fare tutto, di non rinunciare mai a niente, di non dirsi mai di no ci fa diventare come dei criceti che girano sempre più forte nella loro ruota senza avanzare mai di un centimetro”.
Ecco allora che di fronte a questo desolante autoritratto, quel “Niente di troppo” che campeggiava sul muro esterno del tempio di Apollo a Delfi accanto al più noto “Conosci te stesso”, potrebbe essere uno dei migliori consigli che il mondo antico fa ai nostri contemporanei, prima che l’eccesso di tracotanza ci condanni non ad un fulmine di Zeus ma una ben più concreta infelicità quotidiana.