No al guinzaglio all’informazione

Venerdì 2 Ottobre. 2009

Domani pomeriggio in Piazza del Popolo ci sarà la manifestazione per la libertà di stampa organizzata dalla Federazione Nazionale della Stampa. Originariamente prevista per il 19 settembre e poi rinviata per i fatti dell’Afghanistan, la manifestazione è stata indetta dopo i ripetuti attacci del potere politico nei confronti di testate giornalistiche. Il Presidente del Consiglio Berlusconi, di fronte alle famose dieci domande di Repubblica sulla questione delle escort, ha prima invitato gli imprenditori a ritirare la pubblicità dal Gruppo Espresso e poi ha querelato lo stesso gruppo per avergli fatto domande (sic!).

Poi Berlusconi e i suoi prosseneti hanno ripetutamente e sempre meno velatamente stilato liste di proscrizione su questo o quel programma televisivo poco gradito.

Che questa manifestazione sia necessaria è evidente dal fatto che del caso delle escort in Italia si è parlato in tv solo con Santoro che ha messo fine ad un silenzio incredibile per tutti gli osservatori esteri. Quindi appuntamento per tutti domani pomeriggio alle 15 a Piazza del Popolo.

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La dittatura dei desideri

Martedì 18 Agosto. 2009

La scorsa settimana, in un ozioso pomeriggio agostano in ufficio, girovagando su internet tra villecertose, georgeclooney e superenalotti la mia attenzione è stata attirata da un lungo articolo sul Corriere a firma Remo Boedi dal titolo “Cibo, eros e violenza: la dittatura dei desideri”.

Boedi fa un’interessante dissertazione sull’etica della morigeratezza, evidenziando come tale “continenza” abbia attraversato millenni di storia e le più diverse culture affermandosi come modello da seguire, fino ai giorni nostri dove, per così dire, è caduta in desuetudine: “è come se la diga che aveva trattenuto e bloccato l’impeto dei desideri si fosse gradualmente incrinata e poi rotta”.

Le società tradizionali garantivano il mantenimento dell’ordine sociale e il rispetto delle gerarchie attraverso la morigeratezza che insegnava agli uomini ad abbassare il livello delle loro pretese più che ad alzare quello delle loro attese. Vi sono molteplici esempi di come il mondo antico e poi quello cristiano abbiano sempre condannato la violazione dei limiti: la condanna della ybris presente nei poemi omerici, l’elaborata morale espressa nell’etica aristotelica, fino alla temperanza cristiana proclamata negli scritti di San Paolo.

La società contemporanea ha reso “liquidi” per dirla con Baumann, questi stessi limiti etici che per millenni, almeno formalmente, si davano come insuperabili; lo sviluppo economico e industriale, ha reso la spinta ai consumi un carburante insostituibile del processo produttivo, aprendo in questo modo una falla nel meccanismo di inibizione delle aspettative collaudato da millenni.

Oggi il consumo, infatti, è divenuto elemento indispensabile dell’esistenza, ha portato all’esplosione di tutti i desideri “repressi” ed all’ampliamento smisurato della gamma degli stessi. L’individuo viene trattato a livello sociale, innanzitutto come consumatore di cui titillare i desideri e al quale farne crescere di nuovi: far diventare l’inutile indispensabile è una delle sfide del marketing.

In questa situazione, siamo talmente impegnati a soddisfare tali desideri, che spesso non ci accorgiamo della frustrazione che segue a tale soddisfazione. Perché l’inconsistenza degli stessi si palesa in tutta la sua evidenza proprio nell’assecondare queste voglie artificiali. «Date a un uomo tutto quello che desidera e nonostante ciò, proprio in questo istante, egli sentirà che tutto non è tutto».E’ Kant che mette in parole l’amarezza che a tutti, prima o poi, è capitato di provare.

E allora ci si accorge che questa bulimia dei desideri lascia solo un grande vuoto dentro, vuoto che quasi sempre fa paura e si cerca di ignorare provando a riempirlo con altre “soddisfazioni”. Inutilmente. Come scrive Michele Serra su Repubblica di oggi (Lo stordimento come status, p. 35): “questo sfrenato bisogno di possedere tutto, di fare tutto, di non rinunciare mai a niente, di non dirsi mai di no ci fa diventare come dei criceti che girano sempre più forte nella loro ruota senza avanzare mai di un centimetro”.

Ecco allora che di fronte a questo desolante autoritratto, quel “Niente di troppo” che campeggiava sul muro esterno del tempio di Apollo a Delfi accanto al più noto “Conosci te stesso”, potrebbe essere uno dei migliori consigli che il mondo antico fa ai nostri contemporanei, prima che l’eccesso di tracotanza ci condanni non ad un fulmine di Zeus ma una ben più concreta infelicità quotidiana.


Colpa cosciente o dolo eventuale

Mercoledì 15 Luglio. 2009

Sta suscitando parecchie polemiche la sentenza con cui la Corte di Assise di Arezzo ha condannato l’agente Luigi Spaccarotella alla pena di 6 anni di reclusione per l’uccisione di Gabriele Sandri, il tifoso laziale che si stava recando a seguire la sua squadra a Torino nel novembre 2007. I parenti della vittima hanno gridato allo scandalo e da più parti si sono alzate voci che hanno sottolineato l’eccessiva clemenza della pena di fronte al fatto avvenuto. C’è anche chi ha visto in questa sentenza una volontà della Corte di usare la “mano leggera” nei confronti di un appartenente alle forze dell’ordine.

Mi sembra dunque interessante capire su cosa si fondino queste critiche e che interrogativi aprono a livello giuridico. Nella sostanza Spaccarotella è stato condannato per omicidio colposo con l’aggravante della “colpa cosciente”. L’accusa chiedeva una condanna per omicidio volontario, ovvero ha ravvenuto nella condotta dell’agente un comportamento doloso. Vengono in gioco, in tale situazione, due figure giuridiche tra le quali la differerenza è quanto mai sottile: la colpa cosciente e il dolo eventuale. Per capire meglio come la giurisprudenza e la dottrina si muovono in tale ambito, mi sembra chiarificatrice questa spiegazione tratta da Overlex.com.

Secondo un primo orientamento che prende le mosse dal grado di prevedibilità dell’evento e, quindi, dalla misura con cui il soggetto agente se ne rappresenta la verificazione, vi sarebbe il dolo eventuale qualora lo stesso evento sia preveduto come concretamente possibile. La colpa cosciente sussisterebbe, invece, qualora l’evento rimanga un’ipotesi astratta nella mente del soggetto agente. Tuttavia tale tesi prende in considerazione solo la previsione dell’evento, trascurandone la volontà di verificazione dello stesso, entrando in contrasto con l’art. 43 c.p., che impone di tenere ben presente la previsione e volizione dell’evento, al fine di trarre i connotati distintivi tra i due elementi psicologici in esame.

Secondo un altro orientamento, la distinzione sarebbe da individuarsi nell’accettazione del rischio: risponderebbe a titolo di dolo eventuale il soggetto che, pur agendo ad altro fine, abbia accettato il rischio che si verifichi un evento delittuoso come risultato della sua condotta; risponderebbe, invece, a titolo di colpa cosciente l’agente che, pur rappresentandosi l’evento come possibile risultato della sua condotta, agisca nella speranza che esso non si verifichi per cui respinge il rischio confidando nella propria capacità di controllare l’azione. D’altronde, si precisa, l’eccessivo affidamento sulle proprie capacità è causato da un errore colpevole, per cui si verserebbe nella colpa e non nel dolo.

La giurisprudenza della Cassazione sembra orientarsi verso quest’ultima tesi dell’accettazione del rischio con alcune modifiche; vi sarebbe dolo eventuale, infatti, solo quando si ravvisi un atteggiamento psicologico che riconduca l’evento nella sfera di volizione dell’agente: in tal senso, sarebbe necessaria la rappresentazione nell’agente della probabilità o della semplice possibilità del verificarsi dell’evento delittuoso come conseguenza della condotta e il rischio di quella verificazione sia stato accettato l’attuazione della condotta. Qualora, invece, il soggetto agente, pur essendosi rappresentato l’evento come possibile, abbia agito nella convinzione errata e/o colpevole che l’evento non si sarebbe comunque verificato, vi sarà colpa cosciente poiché, appunto, la verificazione dell’evento nella mente dell’agente viene percepita come mera ipotesi astratta e non come concretamente realizzabile.

Sulla base di tale spiegazione si capisce allora quale sia stato l’orientamento della Corte nel processo Spaccarotella. Per i giudici l’agente pur rappresentandosi come possibile l’evento di colpire qualcuno sparando ad altezza d’uomo, ha agito nella convinzione che l’evento non si sarebbe comunque verificato. Si è ritenuto che l’evento non si potesse ricondurre pienamente alla volontà dell’agente, ammettendo che egli con il suo agire abbia di fatto accettato il rischio, ma valutandolo trascurabile. Per questo l’omicidio è stato considerato colposo, è stata riconosciuta l’aggravante ed è stato inflitto all’imputato il massimo della pena previsto per quel tipo di reato.

Come si vede si cammina su fili sottilissimi nell’ambito dell’interpretazione giuridica. E’ a questo punto interessante verificare quanto appena detto leggendo le motivazioni della sentenza e ricordando doverosamente che ci sarà il processo d’appello.


Venerdì Santo

Venerdì 10 Aprile. 2009

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
É il mio cuore
il paese più straziato.

Giuseppe Ungaretti


Violenza e verità

Martedì 17 Febbraio. 2009

In questi ultimi giorni si parla tanto di violenza sulle donne, di pericolo immigrati, di ronde notturne, di pestaggi. Di fronte a tutto quello che sta accadendo mi sento pervadere da un forte senso di disagio.Questo disagio è la somma di varie sensazioni, a partire da un acuito senso di insicurezza rispetto all’ambiente in cui vivo e vivono le persone a cui voglio bene che è tanto più pungente proprio perchè inaspettato. Prendere coscienza che dobbiamo stare in guardia anche “a casa nostra” lo percepiamo come una inammissibile limitazione alla nostra libertà.

C’è poi una tristezza enorme di fronte allo schifo delle spedizioni punitive verso chi ha la sola colpa di essere della stessa nazionalità degli stupratori o comunque di essere, in qualche modo, diverso da “noi”. E’ ridicolo che una comunità come la nostra riesca a sentirsi tale e non un semplice insieme di individui che pensano ognuno a sé, solo quando si sente minacciata e trova un nemico comune da cui difendersi.

Ma il disagio maggiore mi deriva dal modo in cui i giornali e la politica cavalcano la rabbia dei cittadini per ottenere consensi o vendere qualche copia in più. La cronaca di oggi ne è un esempio. Nei giorni scorsi tg e giornali hanno dedicato titoloni e servizi su servizi all’intollerabile violenza subita dai due fidanzatini alla Caffarella. Giustissimo. Peccato, però, che per giornalisti (e politici) non tutti gli stupri siano uguali. E’ notizia di ieri che in provincia di Frosinone una cittadina rumena è stata violentata da un uomo italiano nella sua macchina. Anche questa non è una violenza su una donna? Perché questa non è stata ritenuta degna di un titolo in prima pagina, perché nessun tg ne ha parlato? (ho sentito questa notizia solo al Gr1 di questa mattina).

La risposta la sappiamo tutti. Dire la verità, dire cioè che, nonostante gli eclatanti casi di cronaca degli ultimi giorni, la maggior parte delle violenze sulle donne accadono tra le mura domestiche e sono opera di cittadini italiani, rischierebbe di rovinare il clima di emergenza nazionale che così tanto giova alle politiche di emergenza del Governo, al populismo squadrista di gruppuscoli e partiti politici da strapazzo e alle vendite dei giornali.


La crociata di Alemanno

Giovedì 25 Settembre. 2008

E’ trascorsa una settimana dall’entrata in vigore dell’ordinanza per la quale nel territorio del Comune di Roma viene punita con un’ammenda di 200 euro la prostituzione per le strade, ed è possibile tirare le prime somme.

La multa viene elevata tanto alla prostituta, quanto al cliente. Si è a lungo discusso sul come identificare l’uno e l’altro. La delibera, infatti individua le prostitute in chi “assume atteggiamenti, modalità comportamentali o indossare abbigliamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare l’attività di meretricio”. Il Sindaco sembra avere le idee molto più chiare dei Vigili che hanno sottolineato l’eccessiva arbitrarietà della norma. Quale abbigliamento stabilisce “l’inequivoca” intenzione di adescare? Sostare su un ciglio di una strada è sintomo “inequivocabile” dell’esercizio dell’attività di meretricio? E’ evidente che il punto debole dell’ordinanza è proprio quell’avverbio “inequivocabilmente”. Quando tutti sappiamo che proprio l’equivocità è un elemento intrinsecamente connesso alla prostituzione. Mah…

In ogni caso è evidente che il provvedimento sta dando i suoi frutti. Nel tragitto che compio tutti i giorni da casa al lavoro percorro una delle vie consolari citate nell’ordinanza, che per tutta la giornata è ornata di giovani prostitute slave e nigeriana (s)vestite in abiti molto succinti. Ebbene nell’ultima settimana non ce n’è più traccia. Ne resiste imperterrita solo una, ma in maglietta e jeans (è equivocabile signor Sindaco?). Cosa significa questo? Che con l’italiano medio funziona il bastone più che la carota. Che l’idea di una multa da 200 euro ed ancor più il rischio che la marachella venga fatta conoscere ai familiari sono un deterrente efficacissimo, come lo è stata la paura di dover rifare l’esame di guida all’inizio dell’epoca della patente a punti.

Peccato, però, che provvedimenti di questo tipo, che puntano sulla sanzione più che sull’educazione, sono destinati a veder crollare la propria efficacia con il passare del tempo. Non lo dico io, ma l’esperienza che di sanzioni “severe ma giuste” che hanno funzionato il tempo delle prime pagine sui giornali è pieno questo paese. Scommettiamo che sarà così anche per questa ordinanza?

Un’ultima cosa. E’ interessante vedere confermata ogni volta di più la vocazione della destra al populismo e alle misure “di superficie”. E così tutti ad esultare perché le state sono ripulite, ma di una seria lotta allo sfruttamento della prostituzione non c’è traccia. Perché è questo il vero problema, a meno che non si pensi di disciplinare la morale personale con un’ordinanza comunale. E di questi tempi, con i nostalgici del Papa Re che si aggirano per le strade della Capitale non si può mai dire. (vignetta by Canemucca)


La nuova Roma

Mercoledì 10 Settembre. 2008

Ancora una volta la cronaca parla di un aggressione omofoba a Roma. Ieri sera due giovani nei pressi del Colosseo sono stati aggrediti con lanci di bottiglie e pietre, con sputi ed insulti da una squadraccia di adolescenti al grido di “Froci, andatevene dall’Italia”, “fate schifo”. E’ bene che questi segnali non vengano presi sottogamba.

 Ormai si tratta di episodi che nella nostra città si stanno ripetendo con una frequenza allarmante. E’ di qualche tempo fa la notizia dell’aggressione ad un conduttore radiofonico omosessuale, così come risale a pochi giorni fa la notizia dell’aggressione di un gruppo di naziskin a dei ragazzi al termine di una manifestazione in memoria di un ragazzo ucciso lo scorso anno ancora per ragioni politiche da ragazzi di estrema destra.

In città si respira una brutta aria. Ormai i raid di stampo fascista e razzista sono all’ordine del giorno, quasi questa gentaccia si sentisse in qualche modo più legittimata nelle loro azioni vigliacche (che naturalmente avvengono sempre in gruppo e contro uno, massimo due persone) dalla mutata situazione politica.

Che il sindaco Alemanno prenda le distanze e condanni questi episodi (e ci mancherebbe altro!) è necessario ma non sufficiente. Il Comune di concerto con le forze dell’ordine devono intervenire con decisione per punire i colpevoli e non lasciar passare anche velatamente l’idea di una bonaria accondiscendenza a questi atti gravissimi. Perché si sappia che Roma è e resta ancora una città aperta, che non è diventata la Roma dei saluti romani in Campidoglio o dei cori “Duce, duce” come quelli che si sono sentiti qualche anno fa all’arrivo dell’allora deputato Alemanno alla protesta selvaggia dei tassisti.


La Fiesta delle vanità

Lunedì 21 Luglio. 2008

Avrei voluto parlare del concerto dei Massive Attack di venerdì scorso, avrei voluto dire che il suono della band di Daddy G è sempre fenomenale, molto coinvolgente anche se mi ha fatto notare Fabri, esperto di musica elettronica che era con me al concerto, si è sentito molto forte lo stacco tra i brani vecchi e quelli nuovi, ancora in una fase poco più che embrionale a livello musicale. Avrei voluto fare delle considerazioni sul costo del biglietto (34 euro), eccessivo per un concerto che comunque si svolge in un ippodromo con un impianto francamente non all’altezza.

Avrei voluto parlare di tutto questo e l’avrei fatto al di fuori di questa lunga preterizione (scusate il riferimento dotto, ma ho cercato per ore come si chiamasse questa figura retorica su wikipedia!), se all’uscita dal concerto non avessi avuto la malsana idea di fare un giro per Fiesta, il più famoso villaggio estivo dell’Estate Romana.

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Bolzaneto mon amour

Martedì 15 Luglio. 2008

E’ arrivata ieri la sentenza sui fatti della caserma di Bolzaneto durante il G8 che sette anni fa, proprio in questi giorni si svolse a Genova. Il tribunale ha accolto solo in parte le richieste del pubblico ministero, condannando 15 dei 45 imputati a pene varie da pochi mesi a 5 anni per il responsabile della caserma. Tralascio ogni giudizio sulla reale giustizia di una sentenza verso coloro che hanno compiuto le atrocità descritte con precisione certosina nella requisitoria del Pubblico Ministero che è arrivato a definire la caserma un “girone infernale”. Lo faranno in tanti oggi e nei prossimi giorni. Le cose che mi hanno colpito sono state essenzialmente due.

Il Pubblico Ministero per fatti di questa gravità ha potuto chiedere condanne solo per “abuso di ufficio”, nonostante in quelle ore alle persone arrestate furono inflitte almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell’uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano ‘trattamenti inumani e degradanti’». Questo perché nel nostro ordinamento il reato di tortura non esiste. Forse il legislatore dovrebbe rimediare a questa falla, anche nell’ottica di reati commessi all’estero nei confronti di cittadini italiani, quant’anche i fatti di Genova dimostrano che si è avuta un po’ troppa fiducia nel senso democratico di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine.

Di tutti coloro che sono stati condannati ieri neppure uno finirà in carcere, sia per effetto dell’indulto sia perché una volta che sarà pronunciato il giudizio di appello con ogni probabilità il reato sarà caduto in prescrizione. Con tanti saluti alla certezza della pena.


Linea calda Saccà

Venerdì 27 Giugno. 2008

Quasi a voler irridere un’ultima volta Berlusconi e la politica tutta impegnata nell’approvare un disegno di legge che mette un bavaglio alla stampa sugli atti dei procedimenti giudiziari, L’Espresso pubblica oggi una nuova tornata di intercettazioni di telefonate tra numerosi personaggi politici e Agostino Saccà ai tempi in cui era il potente direttore di Rai Fiction.

Sono pienamente d’accordo con quanto detto dal Procuratore Caselli: queste intercettazioni non devono uscire dai palazzi di giustizia e non devono essere pubblicate innanzitutto perchè non hanno alcun rilievo penale; da qui a impedire del tutto la pubblicazione di atti relativi a procedimenti giudiziari in corso, però, ce ne corre. Anche perchè, come giustamente ha ricordato Caselli, la stampa è anche un potente mezzo di controllo sull’attività della magistratura contro ogni possibile arbitrio dei pubblici ministeri.

Oltre questo discorso, però, nel merito delle intercettazioni pubblicate, emerge un quadro veramente sconfortante del nostro paese. La politica mette le mani dappertutto, arriva dovunque. Il politico, di maggioranza o di opposizione indifferentemente, per il ruolo che ricopre si sente in diritto di poter fare segnalazioni, raccomandazioni. Chi vuole ottenere qualcosa sa che la strada migliore è quella di ottenere l’intercessione dell’onorevole di turno. La Rai, il nostro servizio pubblico ridotto a mercato dove la politica acquista, vende, fa il prezzo.

Che nelle telefonate a Saccà non ci sia nulla di penalmente rilevante, fa emergere ancora di più la desolazione dell’italietta che ci si vede dentro e nella quale, in fondo, ci rispecchiamo un po’ tutti.